Enasarco, denuncia in procura contro il consigliere Mei

Acque agitate in Enasarco, l’ente di assistenza degli agenti e dei rappresentanti di commercio, in pratica il loro Fondo pensione. Il torinese Antonello Marzolla, presidente dall’aprile di quest’anno, ha passato al setaccio tutta la documentazione sugli atti della gestione precedente, e deve aver visto cose che non gli sono piaciute. In particolare l’attenzione si è concentrata sulle dichiarazioni del suo predecessore Gianroberto Costa, che in una riunione del consiglio svoltasi nel luglio del 2020 aveva denunciato pressioni da parte di terzi per ottenere investimenti che si ponevano al di fuori delle disposizioni interne adottate dalla Fondazione Enasarco.

Così Marzolla lo scorso 12 maggio ha presentato un esposto alla Procura di Roma, dove i sospetti hanno un nome e cognome. In particolare il presiedente accusa uno degli attuali consiglieri, Alfonsino Mei, che faceva parte del comitato investimenti, di aver fatto pressioni affinché Costa desse via libera a un investimento da 100 milioni di euro in società facenti capo al finanziere Raffaele Mincione con cui Mei è da tempo in rapporti d’affari. Un’operazione che, secondo le indiscrezioni, avrebbe dovuto portare Enasarco ad acquistare gli immobili che oramai due anni fa Conad ha apportato in una nuova società, la Bdc Italia, di cui Mincione è socio al 49 per cento. Operazione alla quale anche la politica non sarebbe stata estranea. Marzolla denuncia anche il danno reputazionale subito dall’ente per una serie di interviste di Mei nelle quali si adombravano negligenze e scarsa trasparenza da parte di Enasarco nella gestione dei propri investimenti. Con l’esposto-denuncia alla Procura il presidente della fondazione chiede di valutare la rilevanza penale di certi comportamenti e dichiarazioni.

Fonte Tag43 – autore Luca di Carmine

La via giudiziaria blocca il cambiamento di Enasarco

È una curiosa coincidenza che mentre nello Stato confinante del Vaticano inizia il processo che coinvolge il noto Becciu ed il meno noto (ma forse ancora più potente Mincione), al di là del Tevere la giustizia italiana insista affinché la guida dell’Enasarco sia affidata agli amici dello stesso Mincione. O che, perlomeno, la maggioranza vincitrice delle elezioni in Enasarco si accordi sempre con gli amici di Mincione.

Non si sa se le vie del Signore siano infinite, ma sono ben chiare le strade della giustizia italiana. Strade che è sempre meglio non frequentare, se si è persone per bene. 

Altrettanto chiaro è che le decisioni della giustizia, ed i tempi dei magistrati, stiano penalizzando l’intera categoria degli agenti di commercio. Agenti che hanno votato per un cambiamento e che si trovano alle prese con un ente previdenziale bloccato dai ricorsi. Tutti i progetti di cambiamento, di  rinnovamento sono stati sospesi.

In attesa che, ora, si muova la politica. Che, ovviamente, super partes non è. E che deciderà sulla base di interessi che non sono quelli degli agenti. La categoria è solo un bancomat per le strategie dei politici. E questo è il fondamentale risultato della scelta di non voler riconoscere l’esito delle elezioni e di ricorrere alla magistratura ed ora alla politica.

Fonte Electomagazine – Autore Enrico Toselli

Il Ministero del Lavoro sblocca lo stallo di Enasarco

Tanto tuonò che piovve. Ed in una stagione caratterizzata da una infinità di temporali e grandinate, anche il governo ha dovuto prendere una decisione in merito alla vicenda Enasarco, dopo che le liste di minoranza avevano fatto ricorso ad ogni espediente per inficiare il risultato e l’elezione di Antonello Marzolla alla presidenza dell’ente previdenziale degli agenti di commercio.

Non si poteva, d’altronde, fermarsi alle pronunce dei giudici che, alla fine, avevano annullato l’elezione dei tre componenti il CDA di parte mandante, portando a 12 il numero dei membri e rendendo così impossibile qualsiasi operatività. Perfettamente in linea con l’atteggiamento della coalizione formata da Confesercenti, Fiarc, Ansf ed Assopam. Una coalizione impegnata – spiegano all’Usarci – in un assoluto ostruzionismo, che non partecipava rilevava a nessuna riunione del CDA anzi, ingiungento agli altri di non deliberare e di non fare alcun atto anche se di ordinaria amministrazione.

L’ordinaria amministrazione, considerando l’impossibilità di investire 1,2 miliardi di euro di liquidità, è costata agli agenti più di 12 milioni di euro. Ma alla minoranza poco importa. Così è intervenuto il ministero del Lavoro per superare la fase di stallo. Ed ha espresso la propria valutazione basata su tre punti essenziali.
La validità della nomina del presidente e deI 12 membri del CDA che possono continuare ad operare seppure con l’ordinaria amministrazione.
La riconvocazione del Comitato Elettorale che dovrà valutare l’eleggibilità dei tre membri alla luce delle preferenze espresse dagli elettori.
Eventuale riconvocazione del Consiglio dei Delegati per l’elezione dei tre membri mancanti ed in caso di parità, ricorrere sempre alla volontà degli elettori valutando il numero di voti totali espressi per le varie coalizione.

“Considerato che il numero dei voti espresso per coalizioni ci vede vittoriosi per circa tremila voti – ricordano all’Usarci – sembrerebbe facile arguire a chi debba  essere attribuito il voto che determinerà  la maggioranza”.

È poi curiosa una coincidenza. La decisione del ministero è arrivata mentre, in Vaticano, iniziava il processo contro l’ex cardinale Becciu e, tra gli altri, contro il finanziere Mincione, tanto amato dalla coalizione di minoranza. Affidare l’ente di previdenza degli agenti di commercio agli amici di Mincione deve essere sembrato quanto meno inopportuno se non azzardato.

Fonte ElectoMagazine – Autore Enrico Toselli


Appello a Morando: dopo Cefis si occupi di Enasarco. E si divertirà

Dopo più di mezzo anno sprecato in inutili contenziosi legali, le minoranze sconfitte alle elezioni per il rinnovo dei vertici di Enasarco si ritrovano nella medesima situazione del dopo voto: in minoranza. Il colpo di mano giudiziario non è riuscito. E non è riuscito nella sostanziale indifferenza degli agenti di commercio che si preoccupano esclusivamente delle conseguenze “a valle” (erogazione della pensione, anni di contribuzione, contributi per gli studi dei figli, agevolazioni per l’acquisto delle auto), preferendo ignorare che ciò che arriva “a valle” dipende da ciò che succede “a monte”. Dimenticando, volutamente, che la salute dell’ente previdenziale dipende dagli investimenti effettuati con l’ingente patrimomio a disposizione.

Così nessuno ha fiatato sugli oltre 12 milioni di euro persi per l’impossibilità di effettuare investimenti, in conseguenza dell’obbligo di limitarsi all’ordinaria amministrazione deciso dai giudici per le cause intentate dalle minoranze.

Milioni di euro sottratti ai rimborsi richiesti dagli agenti che hanno evitato accuratamente di informarsi su ciò che stava succedendo.  

Ed allo stesso modo si è evitato di approfondire una vicenda che coinvolge Vaticano, grande distribuzione organizzata, finanzieri, speculatori, avvocati e politici.

Nelle scorse settimane, su Electomagazine, è stata pubblicata una recensione dell’ottimo libro di Paolo Morando dedicato alla vicenda Cefis. Ed allora si può rivolgere un appello all’autore affinché riservi un poco del suo tempo a ricostruire la vicenda Enasarco. Potrebbe divertirsi, ed anche molto. Tra gli investimenti londinesi del Vaticano in collaborazione con finanzieri legati a personaggi interessati a controllare il patrimonio degli agenti di commercio, gli intrecci tra grandi studi di avvocati ed un avvocato prestato alla politica, la richiesta di interventi per salvare grandi gruppi in difficoltà. E la speranza che bastassero i ricorsi giudiziari per ribaltare l’esito del voto e nascondere tutte queste vicende non proprio trasparenti.

Fonte Electomagazine – Autore Enrico Toselli



Enasarco, la minoranza torna abbronzata ed agguerrita contro chi vorrebbe lavorare

A volte sorge il dubbio che il mondo sindacale sia rimasto un po’ indietro, abbia perso qualche colpo, sia rimasto ancorato a vecchi riti e comportamenti ormai inutili. Le trattative Fiat si concludevano, immancabilmente, durante la notte, quasi all’alba. E non importava che l’intesa fosse stata raggiunta nella tarda mattinata del giorno prima: la ritualità prevedeva la firma notturna, per far sapere ai lavoratori che i loro rappresentanti non conoscevano riposo pur di difendere i metalmeccanici. Peccato che, nelle abitudini consolidate siano rimaste le intoccabili ferie di agosto.

E solo adesso, a settembre, la Uil ha scoperto che un mese fa è stato rinnovato il cda dell’Enasarco. Si vede che sotto l’ombrellone il cellulare non prendeva. O il caldo bloccava la mente ed impediva di commentare. Che poi, visto il commento, non è che servisse scervellarsi troppo. Per ribadire le stesse cose dette e ridette in precedenza era sufficiente lo sforzo di un copia e incolla.

Tanto per chiarire: le minoranze non vogliono accettare di essere in minoranza e vanno avanti con azioni legali che bloccano ogni attività dell’ente previdenziale; poi, però, le minoranze protestano perché le attività sono bloccate (da loro, ma poco importa); le minoranze si affidano all’intervento del ministero, che arriva, che impone di seguire la regola basata sul voto degli iscritti e, su quelle basi, il risultato finale non cambia; il ministero non fa un plissé ma le minoranze non accettano la soluzione; finito di annoiarsi in spiaggia, le minoranze ripartono agguerrite ed abbronzate.

Già, ripartono ma per andare dove? A bloccare nuovamente l’Enasarco per impedire che la maggioranza possa lavorare? A protestare con il ministero cercando un nuovo modo per contare i voti? A far passare il tempo in attesa delle vacanze di Natale?

Ecco, forse la soluzione migliore per gli agenti di commercio è proprio questa: una lunga vacanza per i rappresentanti della minoranza in modo che la maggioranza possa finalmente iniziare a lavorare.

Fonte Electomagazine – Autore Enrico Toselli

 

Agente di commercio sarà Lei!I concessionari auto bocciano il cambiamento voluto dalla UE

Il 53% dei top dealer italiani (oltre 150 milioni di fatturato) boccia l’ipotesi di un futuro da agenti – e non più da concessionari – delle case automobilistiche. Lo rivela un estratto del DealerSTAT, l’indagine annuale di Quintegia rivolta al 60% dei concessionari del Belpaese. Sul piano del fatturato, secondo le stime Quintegia, i 50 principali dealer italiani di auto (il settore ne conta circa 950) rappresentano poco meno del 30% del mercato con una media di 800mila di pezzi nuovi e usati venduti nel 2019 e un fatturato di circa 17 miliardi di euro, in crescita dell’80% nel decennio pre-covid.

Il contratto di agenzia (che modifica elementi quali investimenti, margini e grado di rischio) è uno dei temi centrali; sul tavolo, l’ipotesi di un cambiamento epocale del settore a partire dal 2023, quando per effetto delle nuove regole europee a tutela della concorrenza (nuova Ber), Stellantis ha già annunciato la disdetta di tutti i contratti con concessionari e officine autorizzate, con l’obiettivo di fondare una nuova rete distributiva plurimarca. Un recepimento della normativa da parte del Gruppo Fca e Psa a cui, a detta degli analisti, faranno probabilmente seguito altri brand, in un contesto profonda ristrutturazione della figura del concessionario.

Scettico il presidente di Federauto, Adolfo De Stefani Cosentino, che ha dichiarato: “Il contratto di agenzia svilisce il ruolo di concessionario dei distributori. Federauto non è certo favorevole a questa soluzione, vediamo cosa dirà il regolamento definitivo”.

Diverso, secondo l’indagine, il sentiment dei piccoli dealer, con il fronte del ‘sì’ al 64%, ma con diversi distinguo. Nel complesso, solo il 24% dei rispondenti ritiene infatti che quella di agente possa essere una formula adatta a qualsiasi marchio, mentre il 16% sostiene che il nuovo formato possa essere adottato solo per alcuni marchi rappresentati ed eventualmente per altri da aggiungere. Il 20% lo giudica infine adatto solo per marchi in aggiunta al portafoglio.

Fonte Electomagazine

 

“Caro Ministro, ho perso le elezioni ma non sono contento: ridammi l’Enasarco se no porto via il pallone”

“Caro ministro ti scrivo, così mi distraggo un po’. E siccome sono molto arrabbiato, più forte ti scriverò”. Non sapendo più che fare, i sindacati che hanno perso le elezioni per il rinnovo dei vertici di Enasarco scrivono al ministro Orlando. Ma, probabilmente, scelgono di inviare una lettera aperta nella speranza di ottenere una scrittura in un programma di aspiranti comici. Perché è difficile credere che delle persone adulte siano davvero rimaste ferme agli anni in cui i brocchi che venivano sostituiti nelle squadre di calcio minacciavano di portar via il pallone se non fossero stati rimessi in squadra.

Il problema, per chi ha scritto la letterina al ministro, è che non ha neanche il pallone.

Però il ragionamento alla base della lettera è lo stesso divertente. Perché gli sconfitti non sostengono neanche più di aver vinto. Almeno quello lo hanno capito. Però – spiegano ad Orlando – gli sconfitti non sono contenti (e ci mancherebbe) e, di conseguenza, nella categoria degli agenti di commercio c’è insoddisfazione. Che, inevitabilmente, porta a continue polemiche che impediscono di governare l’ente di previdenza.

Tutto vero. Gli sconfitti, consapevoli di aver perso, non accettano la sconfitta e bloccano (o tentano di bloccare) ogni attività. Dunque chiedono al ministro di intervenire. Ci sarebbe un modo semplice semplice: smetterla con una assurda guerriglia che penalizza la categoria. Troppo semplice, e poi il malcontento degli sconfitti non verrebbe meno. Orlando, per farli felici, dovrebbe invece obbligare i vincitori a cedere la guida dell’Enasarco per restituire il sorriso a chi ora è insoddisfatto. Ovviamente i vincitori spodestati dovrebbero accettare il ribaltone, per il bene della categoria. Non per interessi personali degli sconfitti malcontenti.

Che, a quel punto, non avrebbero più motivi di tristezza e tutto andrebbe a posto. Certo, si ignorerebbero i risultati del voto, ma cosa sarà mai un briciolo di democrazia di fronte al sorriso ritrovato del brocco rimesso a giocare con la fascia di capitano?

Fonte Electomagazine – Autore Enrico Toselli

 

Small brand, segmento premium, cibo fresco: gli italiani comprano on line (+37,5%)

La spesa online di prodotti di largo consumo in Italia è cresciuta del +37,5% nel 2021, dopo un 2020 in cui la spesa online degli italiani in questa categoria aveva raggiunto i 2,9 miliardi di euro (+84% rispetto al 2019).

E’ quanto emerge dagli ultimi dati presentati  dall’Osservatorio Digital FMCG di Netcomm in collaborazione con NielsenIQ.

Secondo l’Osservatorio, non accenna a diminuire il contributo positivo dell’eCommerce all’andamento generale del largo consumo italiano: se la GDO nel canale fisico registra una crescita dello 0,4%, includendo il canale online il trend arriva addirittura al +1%.

Tra le tipologie di beni più venduti online in Italia, spicca il segmento dei prodotti premium, che trova nel canale online un’importanza e un peso decisamente più elevato rispetto al mondo offline. Se nel canale fisico i prodotti con un indice di prezzo maggiore di 150 (ovvero i prodotti con un prezzo medio superiore almeno del 50% rispetto al prezzo medio di categoria) hanno una quota a valore del 23% sul totale, nel mondo eCommerce questa quota arriva addirittura al 34%, diventando così la fascia di prezzo preponderante online.

Tra i prodotti di punta del segmento premium, scelti dagli italiani nei loro acquisti online, spiccano i prodotti biologici, free-from e 100% italiani, che proprio grazie al digitale riescono meglio a far emergere i propri elementi distintivi. Questi prodotti, infatti, registrano una quota molto più alta online rispetto a quella offline, come nel caso più eclatante del biologico che quasi raddoppia la propria quota a valore (3,6% offline vs 6,7% online).

Guardando più nel dettaglio al mondo della marca, gli ultimi dati dell’Osservatorio Digital FMCG raccontano che sono le small brands quelle che stanno beneficiando maggiormente dello sviluppo dell’eCommerce. Infatti, anche se le marche leader e follower continuano a mantenere la loro importanza, i piccoli brand incrementano la loro quota di circa 10 punti, passando da un 20% offline ad un 30% online. Inoltre, analizzando le vendite On e Off dei player della Distribuzione Moderna, si evidenzia come i retailer stiano investendo molto sulla propria marca anche nel mondo digitale, tanto che la quota delle private label passa da un 20,6% nell’offline a un 24,5% nell’online.

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Anticipare il Firr in aiuto degli Agenti

Anticipare una quota del Firr (in pratica il Tfr di altre categorie), anche se non è cessato il rapporto, per aiutare gli agenti di commercio a superare questa fase di emergenza.

La proposta arriva dall’Usarci ed è rivolta a tutte le mandanti, dal commercio all’industria. Perché è evidente che senza un’intesa con le mandanti non sarà possibile procedere su questa strada.

Ma sarebbe curioso un rifiuto da parte di quelle associazioni industriali che hanno appena finito di chiedere soldi pubblici allo Stato come atto di solidarietà.

Dunque solidarietà per tutti, ma anche una sorta di investimento per consentire la sopravvivenza di una categoria che è indispensabile per il rilancio del Paese.

Ovviamente, precisano all’Usarci, l’erogazione dovrà avvenire nei limiti della garanzia del bilancio tecnico.

Insomma, nessuno vuol far saltare i delicati equilibri finanziari di un intero settore. Però una iniezione di liquidità sarebbe particolarmente utile. Purché non si perda troppo tempo in discussioni sterili, in cavilli, in questioni di principio. L’emergenza è qui ed ora ed i correttivi servono ora e qui.

Dunque gli agenti di commercio si attendono una risposta in tempi estremamente brevi. Da tutti i rappresentanti delle mandanti.

E l’Usarci si prepara a presentare un pacchetto di proposte complessive per affrontare e superare la crisi.

Fonte ElecToMag – Autore Enrico Toselli – 10 marzo 2020

Come far sparire centinaia di milioni dalle casse previdenziali…

C’era una volta, nel Ducato di Grand Fenwick, un importante avvocato che si occupava di grandi affari, di grandi società. Conosceva i segreti dei personaggi più famosi del Ducato. Un bel giorno andò a lavorare da lui un giovane avvocato, di modeste qualità ma tanto servizievole, tanto ubbidiente. Tra una pratica ed un’altra preparava il caffè per il Dominus, andava ad aprire la porta, riceveva i clienti.

Così quando Grand Fenwick ebbe bisogno di un nuovo primo ministro, il Duca si rivolse al Dominus perché conosceva tutto e tutti e poteva costringerli ad ubbidire con la minaccia di rivelare i segreti. Ma l’importante avvocato non aveva tempo per occuparsi di guidare un governo. Preferiva manovrare il Ducato restando nell’ombra e controllando tutto. Decise quindi di far nominare primo ministro il suo incompetente giovane di studio. Che, inevitabilmente, commise errori su errori ma che venne sempre difeso dagli organi di informazione del Ducato, tutti controllati dagli amici del Dominus.

Altri amici – è bello essere in tanti a volersi bene – erano intanto impegnati nei ludi cartacei per mantenere il controllo di un ente  che gestiva i soldi degli arcieri del Ducato. Tanti arcieri, tantissimo denaro. Un po’ meno denaro, in realtà, perché gli amici del Dominus ne avevano già fatto sparire in abbondanza. Con operazioni che avevano coinvolto persino il confinante patriarcato di Ponteverdina. Per evitare che qualcuno mettesse il naso nei conti degli arcieri, e cercasse i fondi nascosti in banche di altri Paesi, gli immancabili paradisi fiscali,  era necessario riconfermare gli amici del Dominus alla guida dell’ente.

Dunque il Dominus non lesinò i mezzi per una campagna elettorale ricca, sontuosa, inevitabilmente vincente. Coinvolse i giornali e le radio degli amici, anche le televisioni. E tutti insieme si prepararono al trionfo. Che non ci fu. Perché, inopinatamente, a vincere fu la cordata degli arcieri dissidenti, dubbiosi sulla correttezza dei conti, curiosi di sapere dove fossero finiti i soldi della cassa comune.

Nel frattempo, però, il giovane di studio era stato cacciato dalla guida del governo del Ducato e gli amici del Dominus cominciarono a preoccuparsi. Senza neppure la protezione del governo, senza più il controllo degli arcieri, si rischiava di far scoprire i conti all’estero dove erano stati nascosti i fondi della categoria. Che fare, allora? Per fortuna del Dominus ci sarà anche un giudice a Berlino, ma Berlino è lontana e nel Ducato ci sono invece molti giudici amici. Dunque possono intervenire per bloccare ogni attività del nuovo responsabile degli arcieri, in modo da impedire di arrivare ai conti segreti.

Come finisce la storia? Nel film “Il ruggito del topo”, il Ducato di Grand Fenwick dichiara guerra agli Stati Uniti, attaccandoli con archi e lance con la speranza di venire sconfitti. E finendo, invece, per vincere la guerra. Perché, ovviamente, si tratta di un remake o di un sequel del film del 1959 con Peter Sellers. Ed il finale a sorpresa è sempre possibile..

Fonte ElectoMagazine – autore Augusto Grandi